Dopo l’IPO da 18 miliardi, il fondatore di Bending Spoons: “Il successo nasce dal ridurre la fortuna al minimo”

    AOL è tornata in Borsa — in un certo senso. Il suo proprietario, Bending Spoons, la tech company italiana nata 13 anni fa che negli ultimi anni ha rilevato in silenzio diversi marchi internet molto noti ma in difficoltà, ha debuttato oggi al Nasdaq con una valutazione iniziale oltre i 18 miliardi di dollari. Il titolo ha poi chiuso in rialzo di circa il 40%.

    Con sede a Milano, Bending Spoons ha applicato una versione “operativa” del playbook del private equity a una lunga serie di acquisizioni — tra cui Meetup, Eventbrite, Vimeo, WeTransfer e altri. L’obiettivo però non è comprare, ripulire e rivendere: l’idea è trasformare queste realtà con la tecnologia e tenerle in portafoglio nel lungo periodo.

    “Vogliamo essere l’operatore che prende brand amati e li rende decisamente migliori,” ha spiegato a TechCrunch il cofondatore e chief product officer, Matteo Danieli.

    Tra crescita e polemiche

    Il “come” ha fatto discutere più volte, soprattutto in relazione ai licenziamenti seguiti ad alcune integrazioni. Dall’altra parte, l’azienda ha spinto forte sui ricavi — e ancor di più grazie all’AI. “Negli ultimi 18 mesi abbiamo visto un’accelerazione incredibile nel ritmo con cui rilasciamo nuove funzionalità e creiamo valore per gli utenti,” ha detto Danieli.

    Il messaggio è in sintonia con l’attuale fame di intelligenza artificiale degli investitori — molto più alta rispetto all’interesse per il vecchio SaaS — ma Bending Spoons sostiene di avere le carte in regola. Nel suo F-1, l’equivalente dell’S-1 per le società estere, c’è un capitolo intitolato “AI prima che fosse di moda”: un riferimento diretto alle origini dell’azienda.

    Le origini: Evertale e l’ossessione per ridurre la fortuna

    Prima di Bending Spoons, c’era Evertale: “Un prodotto che creava automaticamente un diario della tua vita sfruttando ciò che oggi chiameresti AI, e che allora definivamo machine learning,” racconta Danieli. Quella startup non è andata a buon fine, ma ha lasciato ai futuri cofondatori — Luca Ferrari, Francesco Patarnello, Luca Querella e lo stesso Danieli — una serie di lezioni fondamentali.

    “Ci ha fatto riflettere sul fatto che non sempre il talento degli imprenditori si traduce direttamente in successo, soprattutto nella fase da zero a uno. La fortuna conta tantissimo in quell’equazione. Così abbiamo sviluppato un’ossessione per trovare una strategia che riducesse il più possibile il peso della fortuna nella crescita e nei risultati,” afferma Danieli.

    Questa filosofia è esplicitata anche nel F-1 dell’azienda, con frasi come: “La fortuna ha un ruolo importante nel trovare il product-market fit” e “la fortuna è irrilevante quando si punta all’eccellenza operativa.”

    Dati, prezzi e sperimentazione continua

    Questi mantra si riflettono, tra le altre cose, nella definizione dei prezzi. “Cerchiamo di sfruttare al massimo il nostro tracciamento dati, l’infrastruttura di analytics e una suite di strumenti per l’esperimentazione che abbiamo costruito,” spiega Danieli.

    Questo approccio talvolta porta a rilasciare più funzionalità gratis, così da alimentare il passaparola. In altri casi, invece, ha comportato aumenti di prezzo che hanno fatto insorgere alcuni abbonati di lungo corso. Nonostante le lamentele, però, la retention dei clienti è rimasta “sorprendentemente stabile”.

    Il banco di prova: Evernote e l’aggiornamento v11

    Tra le tante acquisizioni, ce n’è una finita sotto la lente più di tutte. “Evernote è probabilmente il primo prodotto che abbiamo comprato che fosse davvero amato dagli utenti, quindi avevamo giudici severissimi.” È anche quella di cui Danieli va più fiero — soprattutto per l’aggiornamento v11, fortemente incentrato sull’AI. Con il tempo, dice, molte scelte sono state apprezzate dagli abbonati, tra cui lo stesso cofondatore di Evernote, Phil Libin.

    Dallo scetticismo al supporto: “Impossible. Maybe.”

    Col passare degli anni, Bending Spoons ha raccolto sempre più consensi. Valutata 11 miliardi di dollari in un round di private equity precedente all’IPO, ha attratto sia fondi di venture capital sia nomi noti del tech e dell’intrattenimento nel proprio cap table. Agli inizi, però, molti VC faticavano a inquadrare il modello. “In più di un’occasione ci hanno detto che eravamo pazzi,” ricorda Danieli.

    Quello spirito è racchiuso nel payoff dell’azienda: “Impossible. Maybe.”

    Talento prima di tutto

    Dalla stagione di Evertale è nata anche un’altra priorità: puntare sulle persone. Il cofondatore Luca Ferrari “ha dedicato gran parte dei primi due o tre anni alla cultura e ai processi di selezione. Oggi crediamo di essere molto bravi a riconoscere il talento, soprattutto quando è giovane e non ha ancora un curriculum scintillante.”

    I numeri, almeno in parte grazie ai progressi nell’AI, sembrano dargli ragione. Secondo la documentazione inviata alla SEC, il fatturato per dipendente a tempo pieno (i “Spooners”) è passato da 1,12 milioni di dollari nel 2023 a 2,57 milioni nel 2025, con un dato di 0,97 milioni nel primo trimestre del 2026.

    Un’IPO come pietra miliare, non un traguardo

    La decisione di portare l’intera azienda a New York per festeggiare la quotazione è stata inconsueta, ma voluta. “È uno strumento in più per accedere alla liquidità necessaria a sostenere la nostra strategia di acquisizioni, ma abbiamo pensato che per un giorno fosse giusto fermarci e condividere il momento con tutti i colleghi,” dice Danieli.

    La festa dura un giorno solo. Poi si torna al lavoro: comprare altre aziende e sfruttare le valutazioni depresse del SaaS — un destino che, secondo Danieli, Bending Spoons è riuscita a evitare. “Dal punto di vista di chi compra e cresce per acquisizioni, questo è un momento ideale per mettere a frutto il capitale.”

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    Nato nei primi anni ’80, è un autore specializzato in tecnologia, informatica e cultura digitale. Cresciuto in un’epoca di grandi trasformazioni tecnologiche, ha sviluppato fin da bambino una forte passione per i computer e il mondo dei videogiochi, muovendo i primi passi su macchine iconiche come il Commodore Amiga 500, tra floppy disk, linguaggi BASIC e interminabili pomeriggi passati a esplorare mondi virtuali. Grande appassionato di fantascienza, è da sempre affascinato dall’universo di Star Wars, che ha contribuito a plasmare la sua immaginazione e il suo interesse per le tecnologie futuristiche. Parallelamente, ha coltivato un amore per le avventure grafiche classiche, in particolare la saga di Monkey Island, da cui trae ispirazione anche il suo pseudonimo. Nel tempo libero continua a coltivare le sue passioni: retrogaming, fantascienza, smanettamento con nuovi dispositivi e software, e la riscoperta delle tecnologie che hanno segnato la sua infanzia. Per lui, la tecnologia non è solo lavoro, ma un linguaggio attraverso cui raccontare il presente e immaginare il futuro.