Corgi, la startup insurtech di Y Combinator al centro delle polemiche: “Non abbiamo copiato un progetto open source”

    Corgi, la startup insurtech sostenuta da Y Combinator, è finita di nuovo nell’occhio del ciclone dopo che Papermark — sviluppatore di un software open source per data room — l’ha accusata di aver copiato il proprio prodotto e di averlo rilanciato come se fosse farina del suo sacco.
    Corgi respinge le accuse e ha dichiarato a TechCrunch: “Non è stato usato alcun codice di Papermark”.

    Come è nata l’accusa

    Il cofondatore di Papermark, Marc Seitz, ha pubblicato su X un thread in cui puntava il dito contro Dataroom, il nuovo prodotto di Corgi. Il post ha preso piede rapidamente perché mostrava screenshot in cui diverse funzionalità di Dataroom apparivano descritte con lo stesso identico testo utilizzato da Papermark.
    Per contesto: i deal room sono strumenti per la condivisione sicura di documenti, usati spesso dalle startup per inviare materiali ai VC durante la due diligence.

    Seitz è arrivato a definire il lancio di Corgi una violazione di copyright e licenza, oltre che “una frode”.

    La replica di Corgi: niente codice copiato, ma “vibe coding” sì

    Il cofondatore e CEO di Corgi, Nico Laqua, ha visto il thread e ha promesso verifiche. Poco dopo ha pubblicato su X una smentita dettagliata, allegando prove secondo cui il codice dei due prodotti sarebbe diverso.

    Laqua ha respinto con forza le accuse di violazione di licenza, sostenendo che “rubare il codice enterprise” è una cosa, “copiare lo stile” un’altra. Allo stesso tempo, ha ammesso che un approccio di “vibe coding” — ovvero lasciarsi guidare da segnali stilistici e funzionali del mercato — li ha portati a replicare linguaggio e interfaccia.

    Guardando indietro, ha scritto, “avremmo dovuto puntare di più su scelte di linguaggio e visual nostre, invece che ispirarci a prodotti esistenti. È un errore nostro”.

    Un portavoce di Corgi, sentito da TechCrunch, ha confermato che gli elementi contestati erano frutto di “vibe coding” e ha ridimensionato la portata dell’episodio: “I problemi riguardavano elementi visivi su due pagine secondarie di impostazioni”, ha detto, precisando che sono stati “aggiornati immediatamente” e ribadendo che “non è stato utilizzato alcun codice di Papermark”.

    Sia Laqua sia il portavoce hanno inoltre suggerito che Papermark abbia alzato i toni perché Corgi starebbe introducendo un’alternativa più economica: “Capisco che dia fastidio se offriamo qualcosa quasi gratis che compete con il suo SaaS. Anch’io mi arrabbierei,” ha scritto Laqua riferendosi a Seitz. (Seitz non ha ancora risposto alla nostra richiesta di commento.)

    Il punto critico: quando il “vibe coding” sfuma i confini

    Resta il fatto che l’uso di funzionalità e diciture identiche non può essere liquidato come semplice malumore. La questione è più ampia: se con il “vibe coding” è facile replicare look & feel e funzioni di un prodotto senza copiarne riga per riga il codice, quanto conta davvero che il sorgente sia diverso?

    Dal punto di vista legale, conta eccome: è ciò che fa la differenza. Non è quindi paragonabile al caso di PearAI, altra alumni YC del 2024, che ha ammesso di aver clonato un progetto open source e di averlo diffuso con una licenza propria.

    Sul piano etico, invece, il terreno è più scivoloso — e probabilmente sarà un tema sempre più ricorrente. Come ha osservato su X Dan Barrett, founder di OpenProse (anch’essa YC): “In un mondo in cui un bot può copiare 1:1 la struttura di qualcosa anche se il codice a livello di caratteri diverge… cosa rende una copia inaccettabile e l’altra no? Le leggi IP sono un residuo del vecchio mondo? Non c’è forse un principio più ampio in gioco?”

    Danni d’immagine e lettere legali

    Corgi ora prova a limitare i danni reputazionali. L’azienda ha inviato a Seitz una lettera di diffida chiedendo la rimozione dei post, ha confermato a TechCrunch.
    Anche il fondatore di Hello World Cafe — realtà che in parte compete con l’attività di Corgi nel settore caffetterie — sostiene su X di aver ricevuto una diffida dagli avvocati di Corgi per un suo tweet ironico sul caso Dataroom. Ma X non dimentica facilmente: tra commenti e subtweet, le tracce restano ovunque. (Corgi, oltre al software, gestisce anche una caffetteria aperta 24 ore su 24 e, secondo Laqua, ha piani per nuove aperture, come raccontato nel podcast di Harry Stebbings.)

    Un pattern che si ripete

    Questo episodio si somma ad altre discussioni che circondano la startup, fondata due anni fa. Corgi si è guadagnata una reputazione crescente di essere piuttosto aggressiva sul piano legale e ha già intentato cause contro diversi ex dipendenti.

    Laqua è diventato virale anche per alcune dichiarazioni, sempre nel podcast di Stebbings, sul fatto che si aspetta che i dipendenti lavorino sette giorni su sette. “Qualunque cosa tu riesca a fare in cinque giorni, ti prometto che ne farai di più in sei e sette,” ha detto.

    È la classica fallacia della hustle culture: decenni di studi mostrano che la produttività umana non cresce in modo quadratico. Gli sprint possono funzionare — e fare squadra — per emergenze a breve termine, come quando il sito è down; ma la ricerca è chiara: come prassi, più ore lavorate riducono la produttività, non il contrario.

    Crescita lampo e valutazioni da capogiro

    Infine, si parla molto anche della velocità con cui Corgi sta raccogliendo capitali, con valutazioni in rapida crescita perfino per gli standard delle startup AI. Il mese scorso la società ha chiuso un round Series B1 da 106 milioni di dollari a una valutazione di 2,6 miliardi, appena tre settimane dopo aver annunciato un Series B da 160 milioni a 1,3 miliardi di valutazione, e quattro mesi dopo un Series A da 108 milioni.

    Share.

    Nato nei primi anni ’80, è un autore specializzato in tecnologia, informatica e cultura digitale. Cresciuto in un’epoca di grandi trasformazioni tecnologiche, ha sviluppato fin da bambino una forte passione per i computer e il mondo dei videogiochi, muovendo i primi passi su macchine iconiche come il Commodore Amiga 500, tra floppy disk, linguaggi BASIC e interminabili pomeriggi passati a esplorare mondi virtuali. Grande appassionato di fantascienza, è da sempre affascinato dall’universo di Star Wars, che ha contribuito a plasmare la sua immaginazione e il suo interesse per le tecnologie futuristiche. Parallelamente, ha coltivato un amore per le avventure grafiche classiche, in particolare la saga di Monkey Island, da cui trae ispirazione anche il suo pseudonimo. Nel tempo libero continua a coltivare le sue passioni: retrogaming, fantascienza, smanettamento con nuovi dispositivi e software, e la riscoperta delle tecnologie che hanno segnato la sua infanzia. Per lui, la tecnologia non è solo lavoro, ma un linguaggio attraverso cui raccontare il presente e immaginare il futuro.