Google sta puntando tutto sull’AI. La scommessa pagherà?

    Questa settimana Google inaugura la stagione del software con The Android Show: I/O Edition. Attraverso tutti gli annunci emerge un messaggio chiaro: Google oggi è Gemini, e Gemini è Google.

    Per chi ha fatto una ricerca su Google di recente o ha provato a scrivere in Documenti, non è una rivelazione. L’azienda è in viaggio verso l’AI da tempo, con un’accelerazione netta nell’ultimo anno. Eppure perfino io sono rimasto colpito da quanto profondamente Google stia legando il proprio futuro a Gemini.

    Android 17 come guscio per l’intelligenza Gemini

    Android 17, il nuovo sistema operativo mobile atteso per l’estate insieme ai nuovi pieghevoli Samsung e ai Pixel di Google, potrebbe essere ricordato meno come “la prossima versione di Android” e più come l’involucro di Gemini Intelligence: un assistente AI ripensato da zero, capace di imparare le abitudini dell’utente e di portare a termine attività senza supervisione continua. È un tassello della spinta verso lo smartphone davvero “AI-first”, un obiettivo su cui non sta lavorando solo Google.

    • OpenAI, secondo indiscrezioni, è al lavoro su un telefono popolato da agenti AI.
    • Anche Perplexity e Deutsche Telekom stanno collaborando su un dispositivo simile.

    I Googlebooks: computer costruiti attorno a Gemini

    Google ha annunciato anche una nuova linea di computer, i “Googlebooks”. Questi dispositivi nascono con Gemini al centro dell’esperienza. L’AI è sempre pronta a intervenire grazie a una funzione battezzata magic pointer: basta una rapida scrollata del cursore e Gemini compare con suggerimenti contestuali.

    • Stai passando il mouse su un’email con i dettagli di un evento? Gemini ti propone di aggiungerli al calendario.
    • Urti il mouse senza volerlo? Potresti ritrovarti con Gemini che chiede se vuoi creare un’immagine composita “AI slop” a partire dalle foto sullo schermo.

    Per quanto tempo, prima che diventi insopportabile?

    Una corsa all’AI che non sorprende, ma colpisce per intensità

    Che Google continui a investire nell’intelligenza artificiale non stupisce. L’azienda non è mai stata timida sull’argomento, e con buone ragioni. DeepMind ha accumulato anni di ricerca su machine learning e AI, offrendo un vantaggio competitivo rispetto a colossi come Microsoft e Meta. Magari Google avrebbe voluto firmare lei stessa il “momento ChatGPT”, ma era sicuramente pronta a cavalcarlo.

    Ciò che sorprende è la foga e l’ubiquità con cui Gemini sta venendo integrato. Google sta scommettendo l’intero futuro sull’AI. E questa scommessa poggia sull’idea di fondo che noi desideriamo dispositivi e software nativi AI in ogni aspetto. Finora, però, non è andata proprio così.

    Gli utenti vogliono davvero dispositivi “nativi AI”?

    Le integrazioni AI nei software sono state percepite spesso come funzioni in più: a volte gradite, a volte no, raramente il motivo principale per comprare qualcosa. Chi vuole assistenza nell’attività online o nel lavoro si affida già ad agenti tramite chatbot come Claude o ChatGPT.

    Pochi, invece, cambiano dispositivo per accedere a funzionalità AI avanzate. Una rilevazione di CNET nel 2025 indicava che 3 acquirenti di smartphone su 10 non considerano utile l’AI sul telefono e non vogliono che se ne aggiunga altra. Parliamo di migliaia di potenziali acquirenti di Android che potrebbero restare freddi.

    Quindi, Google spera che questi annunci facciano cambiare idea, o dà per scontato che l’abbiamo già cambiata? Temo la seconda.

    E se non vogliamo Gemini ovunque?

    Per chi è stanco di vedere Gemini spuntare in ogni angolo, le notizie non sono esaltanti. Spero che alcune funzioni si rivelino utili e che il resto sia disattivabile. Ma l’onnipresenza di riassunti AI nei risultati di Google Search non lascia molto ottimismo.

    La domanda più grande è un’altra: se oggi Google coincide con l’AI, cosa succede a chi non la vuole?

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    Nato nei primi anni ’80, è un autore specializzato in tecnologia, informatica e cultura digitale. Cresciuto in un’epoca di grandi trasformazioni tecnologiche, ha sviluppato fin da bambino una forte passione per i computer e il mondo dei videogiochi, muovendo i primi passi su macchine iconiche come il Commodore Amiga 500, tra floppy disk, linguaggi BASIC e interminabili pomeriggi passati a esplorare mondi virtuali. Grande appassionato di fantascienza, è da sempre affascinato dall’universo di Star Wars, che ha contribuito a plasmare la sua immaginazione e il suo interesse per le tecnologie futuristiche. Parallelamente, ha coltivato un amore per le avventure grafiche classiche, in particolare la saga di Monkey Island, da cui trae ispirazione anche il suo pseudonimo. Nel tempo libero continua a coltivare le sue passioni: retrogaming, fantascienza, smanettamento con nuovi dispositivi e software, e la riscoperta delle tecnologie che hanno segnato la sua infanzia. Per lui, la tecnologia non è solo lavoro, ma un linguaggio attraverso cui raccontare il presente e immaginare il futuro.