Roost, l’app “slow-cial” che ti costringe a rallentare… fino alla velocità di un piccione viaggiatore

    Da qualche parte sopra le Grandi Pianure, un picchio virtuale sta sorvolando il continente diretto in Alaska per recapitare un messaggio al mio pen friend anonimo. Nel frattempo, un diamante mandarino di nome Tucker plana su Manhattan per consegnare a un’amica il mio stropicciato scarabocchio della mitica Cool S.

    Su Roost, questi messaggi impiegano ore o persino giorni ad arrivare, a seconda della distanza e della “velocità” dell’uccello scelto. Ed è proprio questo il punto della “slow-cial app” che sta riportando in auge il fascino dei piccioni viaggiatori: farci rallentare. Roost arriva in un momento in cui tanti desiderano prendersi una pausa dall’immediatezza che domina gli smartphone e abbracciare un po’ di sana frizione tecnologica.

    “Sul telefono ormai tutto è istantaneo: qualsiasi cosa fai, subito una notifica. Roost è una boccata d’aria, una pausa dall’immediato,” ha raccontato a TechCrunch il creatore dell’app, Logan Mendelsohn. “Sta colpendo nel segno perché toglie quella pressione di dover rispondere sempre e subito.”

    Come funziona: scegli il tuo stormo e… aspetta

    Quando ti iscrivi, componi il tuo “rookery” scegliendo quattro uccelli con cui potrai inviare messaggi agli amici. Ogni specie viaggia alla velocità che ha nella vita reale: un falco recapiterà molto più in fretta di un colibrì. Sì, non tutti gli uccelli sono piccioni viaggiatori, ma la varietà rende più divertente collezionare specie e scoprire quelle dei tuoi contatti. E se vuoi davvero spingere sul pedale del freno, ci sono anche lumache e tartarughe.

    Mendelsohn, senior product manager Trust & Safety in Ticketmaster, ha iniziato Roost come side project per gli amici. A loro è piaciuta così tanto che lo hanno convinto a pubblicarla su App Store.

    L’intuizione si è rivelata azzeccata. L’app ha avuto un seguito di nicchia, finché un post su Threads di una mamma — che raccontava come la figlia e le amiche si scrivessero in inglese elisabettiano su un’app che spedisce messaggi alla velocità degli uccelli veri — l’ha fatta decollare.

    Nel giro di tre giorni da quel post, la base utenti è passata da 10.000 a 100.000. Oggi, a circa cinque settimane di distanza, Roost è vicina a quota 300.000.

    “Le persone sono il cuore della piattaforma,” spiega Mendelsohn. “Quello che sento più spesso è quanto sia genuina, leggera, quasi fiabesca, e come aiuti a dare più intenzionalità a ciò che si scrive. Sapere che il messaggio non arriva subito toglie pressione, e questo sta risuonando.”

    Privacy e sicurezza prima di tutto

    Da professionista della Trust & Safety, Mendelsohn sa bene che qualsiasi piattaforma sociale — persino una piena di uccellini virtuali — può essere usata in modo improprio. Per impostazione predefinita, con gli amici condividi solo la tua città. Se vuoi, puoi abilitare manualmente l’opzione “amici stretti” per mostrare la posizione precisa a persone specifiche.

    Lo stesso approccio prudente guida “Pen Pals”, la funzione per scambiare messaggi con utenti anonimi della tua fascia d’età. Durante l’onboarding l’app avverte in modo esplicito di non fornire dati personali o contatti reali. Inoltre, al momento non è possibile inviare foto: prima di aprire a contenuti visivi, Mendelsohn vuole integrare strumenti di moderazione più solidi.

    Crescita “artigianale”, AI e polemiche sull’arte generata

    Roost è sorprendentemente ricca: oltre alla messaggistica rallentata, ci sono anche mini‑giochi. Considerata la mole di lavoro, non stupisce che Mendelsohn si sia appoggiato a Claude Code per lo sviluppo. Ma il tipo di pubblico che si innamora di Roost spesso è proprio quello stanco dello stato attuale dell’industria tech — motivo per cui cerca una “slow‑cial media” in primo luogo.

    Prevedibilmente, quando si è scoperto che le illustrazioni degli uccelli erano realizzate con AI, sono arrivate molte lamentele. “Sull’arte generata capisco perfettamente le critiche. Non nego che vedere la reazione online sia stato tosto,” ammette. “Ma non serve impuntarsi quando la tua community esprime con forza ciò che le sta a cuore. Allo stesso tempo, non puoi cambiare tutto dall’oggi al domani: rimpiazzare la grafica in un’app di queste dimensioni richiede tempo, pianificazione e budget.”

    Le risorse, infatti, sono limitate: Mendelsohn lavora su Roost nel tempo libero, senza finanziamenti esterni, e le entrate arrivano solo dagli acquisti in‑app come gli uccelli extra. Per rispondere alle preoccupazioni, ha lanciato un contest per coinvolgere artisti e sostituire gradualmente le immagini con lavori originali. Al momento, questa soluzione sta calmando le acque, ma mette in luce una tensione crescente nel mondo delle app consumer: molti utenti oggi boicottano l’AI art per rispetto degli artisti, ma il caso di un’app con una “vibe” così definita dimostra che non sempre esistono risposte semplici.

    Una visione “slow” sostenuta dall’AI, ma guidata dalla community

    “Da solo non potrei creare e mantenere qualcosa di questa scala senza lo sviluppo assistito dall’AI,” conclude Mendelsohn. “Ma ogni decisione di prodotto e la direzione di Roost vengono da me e dalla community.”

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    Nato nei primi anni ’80, è un autore specializzato in tecnologia, informatica e cultura digitale. Cresciuto in un’epoca di grandi trasformazioni tecnologiche, ha sviluppato fin da bambino una forte passione per i computer e il mondo dei videogiochi, muovendo i primi passi su macchine iconiche come il Commodore Amiga 500, tra floppy disk, linguaggi BASIC e interminabili pomeriggi passati a esplorare mondi virtuali. Grande appassionato di fantascienza, è da sempre affascinato dall’universo di Star Wars, che ha contribuito a plasmare la sua immaginazione e il suo interesse per le tecnologie futuristiche. Parallelamente, ha coltivato un amore per le avventure grafiche classiche, in particolare la saga di Monkey Island, da cui trae ispirazione anche il suo pseudonimo. Nel tempo libero continua a coltivare le sue passioni: retrogaming, fantascienza, smanettamento con nuovi dispositivi e software, e la riscoperta delle tecnologie che hanno segnato la sua infanzia. Per lui, la tecnologia non è solo lavoro, ma un linguaggio attraverso cui raccontare il presente e immaginare il futuro.