L’era degli smartphone ha creato una crisi dell’attenzione. La slowtech sta rimettendo le cose a posto
Quando Tony Fadell è entrato nella stazione della metro di New York sulla 28esima, non si aspettava di imbattersi in una pubblicità di un prodotto che aveva contribuito a progettare più di vent’anni fa. Eppure eccola lì: un poster da un metro e mezzo per uno, dedicato all’iPod Shuffle, che prometteva ai passanti “Zero tempo davanti allo schermo”.
“La prima cosa che ho pensato è stata: ‘Aspetta, qualcuno si è dimenticato di cambiare l’affissione?’” ha raccontato Fadell, noto come il padre dell’iPod, a TechCrunch. “Per uno come me, che lo conosce in ogni dettaglio, è come rivedere la foto di tuo figlio.”
Intorno a lui, nella banchina, persone con cuffie Bluetooth ascoltavano musica in streaming dallo smartphone, con accesso istantaneo a cataloghi da oltre 100 milioni di brani. Una normalità che rende quasi d’epoca il vecchio slogan di Steve Jobs per il primo iPod: “mille canzoni in tasca”.
La cosa curiosa? L’iPod Shuffle, grande quanto un francobollo, basato quasi interamente sulla riproduzione casuale e con un controllo minimo rispetto alle app di oggi, non dovrebbe avere alcun appeal nel 2024. Eppure siamo talmente immersi nella tecnologia che dispositivi, app e algoritmi si sono infilati in ogni nostro gesto: dalla spesa agli appuntamenti. Abbiamo creato smartphone capaci di tutto, ma anche una connessione costante che stanca più di quanto arricchisca.
“Le persone sono iper-sature e iper-stimolate, e cercano un rapporto più consapevole con la tecnologia,” spiega Joy Howard, CMO di Back Market, marketplace di tech ricondizionato. “Siamo stanchi dell’idea di dover ottimizzare ogni singolo aspetto della vita.”
È stata proprio Howard, con il suo team, a volere quell’affissione sull’iPod Shuffle che ha lasciato a bocca aperta Fadell. E non è un vezzo nostalgico: se questi prodotti non si vendessero davvero, non avrebbero investito in una cartellonistica premium in una delle stazioni più trafficate di New York.
Per chi è cresciuto con social e smartphone, c’è una fascinazione autentica per cuffie con filo, console retrò, CD e fotocamere digitali compatte. Cercano esperienze che non cerchino di catturare ogni briciolo della loro attenzione. Le compatte non pubblicano foto nelle storie, i giochi vintage non ti bombardano di pubblicità, e gli iPod non ti propongono automaticamente i brani che l’algoritmo “sa” che ti piaceranno. Ed è proprio questo il cuore del movimento che Howard definisce “slowtech”.
“La ‘fast tech’ finora ha puntato tutto sull’eliminare l’attrito… Adesso, molte persone riscoprono l’attrito come un modo per darsi dei confini,” dice Howard. “È sorprendente: oggi vogliamo reintrodurre attrito nella vita, e lo vediamo come una funzione, non come un difetto.”
Dall’oro del mobile gaming al contraccolpo dello schermo
Quando Fadell proponeva l’iPod a Steve Jobs, Austin Murray stava fondando JAMDAT, tra le prime aziende di mobile gaming, poi quotata e venduta a Electronic Arts per 680 milioni di dollari.
“Nel 2000-2001, quando presentavamo l’idea, ridevano: ‘Chi mai giocherebbe sul cellulare?’” racconta a TechCrunch. Oggi, gli investitori sono scettici per il motivo opposto: Murray sta creando MOQA, un’app per ridurre il tempo davanti allo schermo, la stessa dinamica che lui stesso ha contribuito ad alimentare.
“La cosa che mi fa più male è vedere cosa succede ai miei figli e alle persone intorno a me,” dice. “Se tutti passano in media cinque ore al giorno sul telefono, non è un problema di forza di volontà: è un problema di design del prodotto.”
Il desiderio di ridurre il tempo trascorso tra smartphone, computer e TV è diventato pervasivo: circa il 53% degli adulti americani afferma di voler tagliare lo screen time.
“Ad un certo punto ho capito che la forza di volontà non bastava per non buttare via tempo sul telefono,” dice lo scrittore Calvin Kasulke, autore del romanzo “Several People Are Typing”, ambientato in un workspace di Slack. Oggi paga per Opal e Freedom, due app che limitano l’uso dei social e dello smartphone. “Non devo limitare iMessage: lì ci sono persone che conosco davvero! Ma non voglio più perdere tempo nel doomscrolling.”
“Non mi vanto di questo, anzi: è imbarazzante avere due app che mi dicono come usare il telefono,” aggiunge. “Gli schermi non sono il male in sé. È come li usavo io a essere stupido; ora lo è un po’ meno.”
Tra “dumb phone”, e-ink e minimalismo digitale
C’è chi l’iPhone lo ha proprio accantonato per tornare ai flip phone, a dispositivi e-ink con Android o a telefoni minimalisti come il Light Phone.
“Da dieci anni i nostri clienti ci dicono che si sentono più liberi dopo il passaggio a Light Phone,” racconta Kaiwei Tang, cofondatore. “Il fenomeno cresce, soprattutto tra i giovani: molti hanno tra i 20 e i 35 anni, e ci ha sorpreso.”
Murray, però, frena: “C’è un movimento anti-tech che dice ‘fuori i telefoni’. Ma è dura: poi scopri che non riesci a fare cose che ormai danno per scontato lo smartphone, come il banking, entrare in hotel, pagare con carta.”
Kasulke aggiunge che, se Apple facesse mai un iPhone con schermo e-ink, “venderebbe pure il plasma pur di comprarlo”. Ma, finché non succede, non ha intenzione di “declassarsi”.
“Non sono il tipo da ‘butto il telefono nel water e vado a vivere nei boschi’,” dice. “Il telefono ha utilità nella vita personale e professionale, ma sta in tasca, è facile da tirare fuori e, in certi aspetti, è progettato per creare dipendenza e farti sprecare tempo.”
E non tutto lo screen time è uguale: videochiamare la famiglia, scrivere agli amici, leggere articoli, tenere viva la streak su Duolingo o fare Wordle sono momenti che ci connettono. Però, tanto quanto la tecnologia ci avvicina, può strapparci al qui e ora.
“È evidente che la gente vuole la comodità del digitale, ma non il fastidio dell’essere sempre connessi,” osserva Fadell. “Io da sempre sostengo: meno schermi, non di più. L’Apple Watch con tutto dentro? No, grazie: voglio meno, non più.”
Wearable senza schermo, stesso desiderio: meno distrazioni
Non stupisce che il gusto di Fadell intercetti il mercato: è un designer di prodotto, dopotutto. La spesa degli americani in fitness tracker è cresciuta dell’88% anno su anno, secondo Circana, grazie soprattutto a wearable senza display come Oura Ring e Whoop. Certo, i dati li guardi comunque sullo smartphone, il che rende più difficile il salto verso soluzioni radicali come Light Phone.
La maggior parte delle persone, però, non vuole un taglio netto. Preferisce dispositivi più evoluti che si appoggiano al telefono, ma riducono il tempo a schermo.
È il caso di Mark, un segnalibro AI da 159 dollari, pensato per evitare di prendere in mano il telefono per annotare mentre si legge. A qualcuno potrà sembrare l’ennesimo paradosso tech; per il fondatore Eason Tang, è l’esatto contrario.
“Lo raccontiamo come uno strumento analogico, profondamente integrato nella cultura di design, cinema, libri e letteratura,” spiega.
Sì, c’è dell’assurdo nell’usare un segnalibro AI per mettere distanza tra te e il telefono. Ma il punto regge: se interrompi la lettura per fare una foto o un appunto sullo smartphone, finisci per inciampare in una notifica che ti ruba l’attenzione.
E anche se l’AI evoca spesso la “fast tech”, l’idea di agenti intelligenti che semplificano le incombenze e lasciano più tempo lontano dallo schermo ha il suo fascino.
“Le persone vogliono strumenti che le servano, non che le dominino: questo è profondo,” dice Howard. “La slowtech è una risposta alla fatica digitale: distrazione, sovraccarico, ansia. Se l’AI può aiutare a proteggersi, a riprendersi il controllo, è quello che la gente vuole.”
Slowtech contro obsolescenza e controllo
La pervasività dell’AI non è l’unico motivo di diffidenza verso i big tech. C’è anche la frustrazione per dispositivi che diventano “vecchi” a comando, spingendoci a comprare l’ultimo modello. Back Market, ad esempio, recupera laptop dismessi e li rivende con chiavette USB che installano ChromeOS Flex, trasformando hardware considerato obsoleto in Chromebook perfettamente utilizzabili.
“Uno dei nostri sviluppatori ha iniziato a ‘resuscitare’ device a cui avevano tolto il supporto software. Il primo? Una cuociriso,” racconta Howard. “Non aveva più aggiornamenti! Questo è un uso fighissimo dell’AI: scriverti l’app su misura per allungare la vita dell’hardware.”
Che si sia pro o contro l’AI, per chi abbraccia la slowtech il tema è un altro: abbiamo creato un ecosistema in cui dipendiamo talmente da smartphone e app che le scelte dell’industria finiscono per influenzare persino come cuciniamo il riso. In questo scenario, non stupisce che qualcuno sia talmente desideroso di scollegarsi da cercare rifugio in un iPod Shuffle.
“Le persone vogliono riprendersi il controllo del proprio tempo, della propria vita, della propria attenzione,” conclude Howard. “Sono aperte a tutto ciò che le aiuta a farlo.”


