Come Hollywood manipola e misura il botteghino
Riepilogo
Il testo svela le dinamiche del botteghino hollywoodiano partendo dal caso Transformers: L’era dell’estinzione, che nel 2014 ha sfondato all’estero (soprattutto in Cina) nonostante critiche negative e risultati domestici inferiori ai capitoli precedenti. Spiega perché le stime dell’opening weekend escono la domenica e i dati definitivi il lunedì, come operano sistemi di rilevazione come Rentrak e quanto un lieve scostamento nelle stime possa influenzare la percezione mediatica. Approfondisce il ruolo dominante dei mercati internazionali (circa 70% dei ricavi) e come i dollari incassati “valgano” in modo diverso a seconda del paese, orientando strategie produttive e marketing. Discute possibili metriche alternative (biglietti venduti, rapporto a costi di produzione, integrazione dei dati globali) e i limiti strutturali e percettivi che ne ostacolano l’adozione. Chiude con il divieto dei futures sui film e una nota storica che ricorda come i record al box office abbiano plasmato i generi dominanti nel tempo.
Come funziona davvero il botteghino cinematografico
Nel 2014, un anno nel complesso fiacco per gli incassi, c’è stato però un colosso da record: Transformers: L’era dell’estinzione, quarto capitolo della saga ispirata ai celebri giocattoli. Da solo ha superato il miliardo di dollari di biglietti venduti nel mondo.
Il paradosso? La critica lo ha stroncato e sul Tomatometer di Rotten Tomatoes il punteggio è imbarazzante. Negli Stati Uniti, poi, è stato il capitolo meno forte della serie, fermandosi a 241,2 milioni di dollari nell’area domestica (USA e Canada).
A far esplodere i numeri è stato soprattutto l’estero, con 763,8 milioni di dollari di incasso internazionale. In Cina il film è diventato il più visto di sempre, il primo a superare i 300 milioni di dollari nel paese.
Se vuoi capire le dinamiche del box office hollywoodiano, questo caso è illuminante. Paramount, lo studio dietro al film, è stato accusato di aver gonfiato le stime dell’opening weekend: domenica dichiarava 100,38 milioni di dollari, superando simbolicamente la soglia dei 100 milioni; gli osservatori indipendenti, però, stimavano più vicino ai 97,5 milioni.
Le stime fanno parte del gioco, ma esiste anche un sistema di rilevazione puntuale. Allora perché i numeri provvisori vengono diffusi alla stampa la domenica e quelli definitivi arrivano il lunedì? Primo: non tutte le sale comunicano in automatico; una fetta dei cinema nordamericani (e ancora di più all’estero) ha un ritardo di rendicontazione. Secondo – e forse più importante: il botteghino è diventato “notizia”, e i media vogliono i dati nel weekend. Se le previsioni sono un filo ottimistiche, al film non nuoce; e il lunedì pochi testate tornano sul tema per aggiornare.
Di solito le stime sono vicine alla realtà. Il caso Transformers è stato il primo grande sospetto di “aggiustamento” dei numeri dai tempi di Minority Report (2002), quando a Fox fu imputato di gonfiare i dati per non farsi superare da Lilo & Stitch.
Considerando che quel quarto Transformers aveva già l’apertura più alta dell’anno e in due settimane sarebbe diventato il film numero uno del 2014, non sembrerebbe valere la pena rischiare la reputazione per tre milioni “ballerini”. Per lo studio, però, il punto era forse l’immagine: oltrepassare i 100 milioni nel primo weekend è una soglia psicologica che separa il successo conclamato dal “ni”. Si diceva persino che mancandola ci sarebbero stati tagli di personale in Paramount.
Nel tempo, aspettative e metriche cambiano, ma per i blockbuster il record d’apertura è parte integrante della campagna marketing. Un esordio sotto le attese può innescare segnali negativi sui media e, di riflesso, sul pubblico.
Vediamo quindi come – e perché – Hollywood gioca con i numeri del botteghino.
Come vengono comunicati i numeri del box office
Un tempo i notiziari non includevano il resoconto del weekend. Le catene di cinema sommavano gli incassi e li inviavano agli studios con calma, spesso a mano, con margini di errore. Negli anni ’70, gli studios capirono che fornire dati alla stampa di settore significava pubblicità gratuita per i titoli più forti, spingendo i cinema a rendicontare meglio e più in fretta.
Oggi i numeri finiscono sui media nazionali ogni settimana, mentre la rilevazione capillare dei biglietti venduti avviene tramite Rentrak, società di misurazione e analisi. Ogni ticket e ogni dollaro incassato, in teoria, confluiscono nel loro database. Queste informazioni in tempo quasi reale non sono pubbliche: le vedono pochi dirigenti degli studios. Va detto che circa il 10% delle sale nordamericane (quota più alta all’estero) comunica ancora manualmente: tipicamente piccoli centri o strutture senza biglietteria informatizzata.
La domenica mattina dell’opening weekend, i dirigenti sommano ciò che è arrivato fino a quel momento e proiettano il totale del lunedì. Quella cifra stimata viene diffusa ai media la domenica, poi aggiornata il giorno dopo con i dati completi.
Un margine d’errore del 10% può cambiare la percezione, specie per un titolo “evento” costruito per polverizzare record. Eppure le stime, in media, ci prendono. Capita però la sorpresa: American Sniper, per esempio, ha incassato il doppio del previsto al debutto, frantumando il record di gennaio con 90,2 milioni nei primi tre giorni e 105,2 milioni contando il ponte del Martin Luther King Day. Nel caso di Transformers, già la domenica i giornalisti fiutavano un numero alto; il lunedì lo studio ha tenuto il punto sui 100,38 milioni.
Dopo l’apertura, la performance viene seguita giorno per giorno, settimana per settimana, per weekend, mese, trimestre, stagione, anno e totale. La Motion Picture Association of America (MPAA) archivia gli incassi dell’anno. Il vero giro d’affari di un film, però, si definisce nel tempo e include anche merchandising, product placement, diritti TV, streaming e vendite home video.
A questo si sommano gli incassi internazionali. Anche se raramente entrano nelle stime del primo weekend, oggi il box office estero pesa sempre di più sui profitti finali.
Il peso crescente del botteghino internazionale
Una volta, i mercati esteri aspettavano settimane o mesi dopo l’uscita USA. Con l’esplosione del pubblico globale e la redditività all’estero, è diventata prassi lanciare in contemporanea mondiale in un unico weekend. Sempre più spesso i blockbuster aprono prima fuori dagli Stati Uniti e arrivano in patria qualche settimana dopo.
Oggi le vendite internazionali rappresentano circa il 70% dei ricavi totali degli studios, con la crescita trainata da Russia e Cina. Gli analisti stimavano che entro il 2020 la Cina potesse superare il mercato domestico USA per fatturato complessivo.
Non tutti i dollari, però, “valgono” allo stesso modo. Anche a parità di box office lordo per paese, la quota che torna allo studio varia molto. Oltre ai biglietti, i ricavi complessivi includono home entertainment, diritti TV e digitali, altre fonti post-sala: voci che in certi mercati (come la Cina) sono più limitate. Per dare un’idea: 100 milioni di dollari incassati al botteghino USA possono tradursi in circa 175 milioni di ricavi totali; gli stessi 100 milioni valgono all’incirca 27 milioni in Cina, 65 in Russia, 83 in Giappone e 130 nel Regno Unito. Ecco perché, in proporzione, il mercato domestico resta il più redditizio, anche se alcuni costi, come il marketing, possono essere più bassi all’estero.
La platea globale in crescita, comunque, orienta le scelte. Meglio puntare su film grandi, dai temi universali (spesso con supereroi), che su opere piccole difficili da “tradurre” ovunque. Paramount ha cucito Transformers: L’era dell’estinzione su misura per la Cina, forte dei risultati dei capitoli precedenti: casting della star locale Li Bingbing in un ruolo di primo piano e persino concorsi per selezionare comparse cinesi.
E capita che titoli deboli in patria vengano “salvati” dall’estero. Pacific Rim (2013) ha superato i 400 milioni nel mondo pur sfiorando a fatica i 100 milioni domestici. Nello stesso anno Rush di Ron Howard ha raccolto solo 26,9 milioni negli USA, ma oltre 90 milioni contando i mercati esteri.
Rentrak monitora i risultati in 35 paesi, inclusi Russia e Cina; proprio la Cina, però, ha sviluppato un proprio sistema per contrastare le frodi al botteghino. Si stima che fino al 10% degli incassi possa essere “trattenuto” da esercenti disonesti attraverso biglietti falsati e report manipolati. Un nuovo sistema nazionale di ticketing prevede il caricamento dei dati di ogni vendita su una piattaforma social/news per aumentare la trasparenza.
Esiste un modo migliore per misurare il successo al box office?
Molti critici sostengono che il totale in dollari non sia la misura più onesta. Nel 2014 il prezzo medio del biglietto negli USA è stato 8,17 dollari, ma quella media mescola matinée scontate e costosi spettacoli 3D. A New York un ticket può costare quasi il doppio della media nazionale. Se un biglietto “vale” più di un altro, non sarebbe più corretto contare i biglietti venduti e non solo i ricavi? E se includessimo da subito gli incassi globali nelle cifre dell’opening weekend?
La questione è delicata, perché a Hollywood la percezione è tutto. Con le presenze in calo negli Stati Uniti, comunicare soltanto i biglietti staccati potrebbe trasmettere un trend negativo, anche in anni da record per fatturato. Inserire i dati mondiali sin dal primo weekend, al contrario, rischierebbe di esaltare ancora di più i blockbuster, spingendo gli studios a rischiare meno su film piccoli e autoriali. Inoltre, fuori dagli USA molte sale non hanno sistemi informatici aggiornati: per Rentrak è più difficile produrre dati “real time” internazionali.
Un’altra opzione sarebbe rapportare il successo al costo di produzione, o al costo per biglietto venduto: una metrica che mette in luce la brillantezza economica dei piccoli film rispetto ai kolossal ultracostosi.
Per ora, però, nessun cambio all’orizzonte. In anni come il 2013, il più ricco di sempre per Hollywood, lo status quo funziona. Ma nel 2014 le presenze hanno toccato il minimo da 19 anni: 1,26 miliardi di biglietti per 10,35 miliardi di dollari, oltre il 5% in meno rispetto al 2013. Man mano che i sistemi si affinano e il successo dipende da una trasparenza globale maggiore, diventa più difficile difendere modelli di reporting datati.
Niente “futures” su Hollywood
Se Trading Places ti ha fatto venire voglia di speculare sull’andamento del botteghino, c’è una brutta notizia: non si può. Nei primi 2000 qualcuno ha provato a creare un mercato di futures sugli incassi futuri, con Cantor Fitzgerald che dichiarava oltre 10.000 investitori interessati a una sorta di Hollywood Stock Exchange. La MPAA si è opposta con forza e nel 2010 il Congresso USA ha vietato il trading di futures sui film, a Wall Street e ovunque. Un altro segnale di quanto Hollywood sia restia a rendere più trasparente ciò che guadagna e come lo guadagna.
Nota dell’autrice
C’è stato un momento in cui un record al botteghino sembrava cambiare tutto. Era il maggio 1990, quando Pretty Woman superò quota 100 milioni di dollari. Non in un weekend, ovviamente: quel traguardo nell’arco di tre giorni è arrivato solo nel 2002 con Spider-Man di Sam Raimi. Pretty Woman debuttò con 11 milioni, rimase al numero 1 per quattro weekend non consecutivi e stazionò in top 10 per 16 settimane. Superò i 100 milioni alla settimana 8, fatto che tenne banco sui media, e chiuse oltre 463 milioni globali. Da lì Hollywood guardò con occhi nuovi alle romcom e alle loro star (Julia Roberts, Meg Ryan, Sandra Bullock). Venticinque anni dopo dominano le saghe d’azione. Non essendo una fan sfegatata dei supereroi, mi consola ricordare che Hollywood – proprio come i suoi Transformers – è in perenne trasformazione. E il prossimo successo potrebbe sorprenderti.
#hollywood
#box office
#mercati internazionali
Articolo scritto da Guybrush Threepwood
Guybrush Threepwood, nato nei primi anni ’80, è un autore specializzato in tecnologia, informatica e cultura digitale. Cresciuto in un’epoca di grandi trasformazioni tecnologiche, ha sviluppato fin da bambino una forte passione per i computer e il mondo dei videogiochi, muovendo i primi passi su macchine iconiche come il Commodore Amiga 500, tra floppy disk, linguaggi BASIC e interminabili pomeriggi passati a esplorare mondi virtuali. Grande appassionato di fantascienza, è da sempre affascinato dall’universo di Star Wars, che ha contribuito a plasmare la sua immaginazione e il suo interesse per le tecnologie futuristiche. Parallelamente, ha coltivato un amore per le avventure grafiche classiche, in particolare la saga di Monkey Island, da cui trae ispirazione anche il suo pseudonimo. Nel tempo libero continua a coltivare le sue passioni: retrogaming, fantascienza, smanettamento con nuovi dispositivi e software, e la riscoperta delle tecnologie che hanno segnato la sua infanzia. Per lui, la tecnologia non è solo lavoro, ma un linguaggio attraverso cui raccontare il presente e immaginare il futuro.